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“Mi devo impiccare per essere credibile?” Storia del lavoro negato

“Mi devo impiccare per essere credibile?” Storia del lavoro negato

Gela – “Mi devo impiccare per essere credibile?” E’ l’ennesima pagina di disperazione. Il lavoro prestato e la retribuzione negata. Due secoli di lotta, dalla Rivoluzione industriale, passando per le lotte sindacali e l’approvazione delle leggi per la tutela del lavoro per approdare alla storia di un gruppo di persone per le quali il diritto alla paga ed ai contributi sembra un miraggio e ancora una volta viene lanciato il  grido di dolore.  Luigi Marotta ha scritto l’ennesima lettera aperta al Prefetto di Caltanissetta, dopo essersi rivolto alla Guardia di finanza e alla Procura per tentare una strada nella speranza di restituire  il pane quotidiano ai suoi figli, quello che pur lavorando non viene dato. Nel giorno della liberazione che si celebra il 10 luglio, si sogna ancora la libertà con il lavoro sancito dalla Costituzione.

L’art. 36 della Costituzione così sancisce: “La retribuzione costituisce il corrispettivo della prestazione fornita dal lavoratore che ha diritto ad un compenso proporzionato alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente a garantire a lui ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Eppure questo non sembra spettare ai lavoratori delle cooperative che si occupano di malati mentali, che si presentano con puntualità sul posto di lavoro ma da un anno non vengono retribuiti né sono loro riconosciuti i diritti pensionistici previsti nel Diritto del lavoro.

 

“ Mi rivolgo a lei per portare alla luce una situazione assurda che io insieme ai miei colleghi stiamo vivendo a Gela. Chiedo il suo aiuto nel lanciare un appello. Dott.ssa Cucinotta io e i miei colleghi abbiamo scritto. Abbiamo denunciato tutto alla Guardia di Finanza, al Comune, assessorato ai servizi sociali . Mi chiamo Luigi Marotta, ho 38 anni, vivo a Gela, sono sposato e padre di tre figli, moglie a carico, con casa in affitto, lavoro presso una cooperativa sociale che ha cambiato più volte nome. Cambia il nome ma non la sostanza. Il presidente è  membro della famiglia ma in realtà tutto è gestito da una persona che risulta dipendente. Fino al 1 giugno 2017 ho lavorato con la cooperativa; dal 3 giugno con la cooperativa  con contratto a tempo indeterminato. Io e i miei colleghi siamo stati obbligati a dare le dimissioni dalla prima per essere assunti nella seconda, dove attualmente lavoriamo presso le comunità per disabili mentali a Gela e in una comunità per extracomunitari.  Non riceviamo gli stipendi da un anno.  Alcuni da 24 mesi. Salvatore Dispinsieri, Emanuela Di Dio, Adriano Palumbo, Graziella Pellegrino, Barbara Raniolo, Salvatore Comandatore, Laura Micalizzi, Laura Romano, Loredana Caciatore, Emanuela Pirone, Marietta Granvillano, Rossella Pulici, Maurizio Bevilacqua, Antonella Accurso, Anna D’Arma, Sonia Signorello, Giuseppina Saluci, tutti con famiglia, sono tutti nella mia stessa situazione.  Siamo assistiti dai legali Angela Galioto, Mario Cosenza, Vincenzo Di Blasi. Una lunga lista di famiglie impegnate ma disagiate.

 

Il gestore ha rovinato la mia vita. Ho chiesto più volte di avere i miei stipendi ma non ha avuto pietà della mia famiglia. Con il suo comportamento mi ha sempre umiliato come padre e come uomo. Non capisco come questo uomo possa giocare con la vita delle persone oneste. Io non voglio vendetta, ma solo giustizia. Chiedo dove sono i miei stipendi che sono dei miei figli. Abbiamo fatto il Natale senza un euro e sarà così per Farragosto. Chiedo alla legge, perché un padre che lavora e non riceve stipendi per colpa degli altri non viene aiutato, mentre se  ruba un chilo di pane viene arrestato e se un datore di lavoro non paga gli stipendi non viene fermato dalla legge? Tutto questo pur avendoli ricevuti dai comuni di riferimento. Chiedo al Prefetto che prenda provvedimenti perché noi non sappiamo a chi altro rivolgerci. Ormai mi sono convinto che in questa città vige la corruzione totale. Il lavoro è dignità non morte e disperazione. Per le nostre famiglie non ci sono feste comandate e per i nostri figli non ci sono regali; chiedo alla cooperativa di avere ciò che ci spetta per diritto. Il lavoro è dignità. Troppi guai ho subìto e sto subendo da parte della cooperativa. Forse mi devo impiccare per essere abbastanza credibile? Io penso di no, perché il lavoro è vita e non schiavitù!

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