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Una mostra cinofila per ricordare la santità di San Rocco

Una mostra cinofila per ricordare la santità di San Rocco

Gela – In occasione dei festeggiamenti in onore di San Rocco, una mostra cinofila stasera in parrocchia San Rocco a partire dalle 21.

Rocco di Montpellier, universalmente noto come san Rocco (Montpellier, 1346/1350 – Voghera, notte tra il 15 e il 16 agosto 1376/1379), è stato un pellegrino e taumaturgo francese; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica ed è patrono di numerose città e paesi. È il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste, e la sua popolarità è tuttora ampiamente diffusa. Il suo patronato si è progressivamente esteso al mondo contadino, agli animali, alle grandi catastrofi come i terremoti, alle epidemie e malattie gravissime; in senso più moderno, è un grande esempio di solidarietà umana e di carità cristiana, nel segno del volontariato. Con il passare dei secoli è divenuto uno dei santi più conosciuti nel continente europeo e oltreoceano, ma è rimasto anche uno dei più misteriosi.

Gli uomini trattano Rocco sofferente di peste “come un cane”, ed è proprio un cane che riscatta la categoria trattando Rocco “come un uomo”. Il cane in questione (che la tradizione vuole si chiamasse “Reste”) fa parte della muta del nobile Gottardo Pallastrelli, signore del castello di Sarmato; un giorno Gottardo vede il suo cane prendere un pane dalla tavola e scappar via. La scena si ripete per più giorni e allora il padrone, incuriosito, lo segue e scopre così il rifugio di Rocco al quale, malato e sofferente, il cane porta il pane rubato. Il nobiluomo prende Rocco con sè e lo cura. La santità di Rocco è contagiosa come la peste: Gottardo rinuncia ai suoi beni e presta il suo servizio ai malati. Gottardo è il primo “discepolo” di San Rocco.

Si chiamava Oreste ed era un bastardino bianco: quando San Rocco, colpito dalla peste, decise di attendere la fine in un bosco, rimase accanto a lui, lo dissetò e gli portò un po’ di pane; poi mori con lui. Era il 16 Agosto 1331.
Quando il viandante Rocco approda al castello di Gottardo si appoggia ad un lungo bastone e dalla cintola gli pende una conchiglia che Rocco usa come ciotola per dissetarsi lungo la via. Oreste gli corre incontro scodilzolando come se lo avesse da sempre conosciuto: Intanto la peste è esplosa e occorre prodigarsi senza sosta per salvare vite umane. Oreste è al suo fianco.
Poi, un giorno, Oreste si presenta al castello da solo, le orecchie abbassate, mesto, smagrito. Gli porgono amorevolmente una ciotola piena di cibo, ma il cane rifiuta.
Afferra invece al volo un tozzo di pane; però non lo mangia, anzi lo tiene ben saldo delicatamente tra i denti, senza però masticarlo. D’un tratto scompare velocemente verso il bosco. Ci si chiede come mai si comporti un quel modo e  la risposta verrà qualche giorno più tardi quando si scopre che Oreste porta il tozzo in una radura dove giace, malato di peste, proprio Rocco.
Il futuro santo si dibatte fra la vita e la morte e Oreste trascorre con lui tutto il suo tempo.
Si stacca soltanto per procurargli un po’ di pane e per immergere nell’acqua di un torrente la conchiglia di Rocco: procedendo lentamente tra arbusti e rovi per non perdere neppure una goccia del prezioso liquido, lo porta all’amico che può dissetarsi dall’arsura della febbre.
Ma Rocco non ha più la forza di abbeverarsi da solo. Oreste, con infinita delicatezza, avvicina la conchiglia piena d’acqua alle labbra di Roco, lo aiuta a dissetarsi. Poi trova il modo di spezzare, col suo musino affilato, piccoli pezzi di pane, li porge a Rocco e gli consente così di sfamarsi.
Ma un brutto giorno, durante un temporale, un ramo si spezza e colpisce una zampa di Oreste e gliela spezza. Oreste trova la forza di trascinarsi fino a Rocco che lo guarda e gli indica alcuna erbe medicamentose. Oreste le raccoglie con i denti, le porta a Rocco che lo cura e allevia il suo dolore.
Uomo e cane rimangono lì, uniti, sino alla fine.
San Rocco muore qualche ora più tardi. Il cane non lo abbandona. Potrebbe trascinarsi fino a casa, farsi curare; invece decide di stare accanto a S. Rocco fino a quando il respiro glielo concede. Quando sente che sta per arrivare la fine, reclina la sua testolina sul petto del padrone, devastato dal male e ormai immobile. Chiude gli occhi e si lacia trasportare dall’oblio.

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