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Due giorni per diagnosticare un ictus: ennesimo esposto per il Pronto soccorso

Due giorni per diagnosticare un ictus: ennesimo esposto per il Pronto soccorso

Gela – Che la sanità in Italia è ridotta ad un grande, enorme lazzaretto che va da Roma in giù in particolare, si sa da anni ormai! Che il denaro dei contribuenti finisce nelle tasche sbagliate piuttosto che essere investito nei servizi destinati ai cittadini, non è una scoperta! Che ci si debba augurare di star bene sempre, altrimenti è meglio morire, è quello a cui siamo ridotti. Nonostante questo, sentire le storie dei cittadini che vogliono denunciare, è sempre una scoperta che lascia sbigottiti anche noi che ne abbiamo sentite tante di storie ‘noir’. Come quella che ci ha raccontato un gelese Michele Turco che, nell’assistere il padre di 71 anni ha toccato con mano la ‘sanità’ di Gela, la cui parola è già una contraddizione in termini. Il nostro lettore non sapeva che il nuovo pronto soccorso fosse stato pensato dal progettista e dalla dirigenza che l’ha accettato, come una grande sala promiscua, dove uomini e donne dormono insieme, vomitano insieme, vengono assistiti insieme con solo qualche improbabile paravento che nasconde eventuali nudità. Lui non lo sapeva perché non aveva forse mai vissuto una esperienza diretta; noi si. E lo sanno bene tutti i gelesi che hanno la sfortuna di stare male. Ecco cosa ci ha raccontato:

“Voglio condividere questa esperienza con i cittadini,  perché si sappia in quale situazione ci si trova se si ha bisogno di essere assistiti al pronto soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele – dice Turco –  Faccio questa premessa perché quello che ho visto in due giorni, sono sicuro che non esiste neanche nei paesi più arretrati  del Terzo Mondo. Ho visto gente che giaceva nei corridoi del pronto soccorso; persone che avrebbero potuto soffrire anche di malattie infettive che venivano sistemati insieme a tutti gli altri pazienti, senza privacy, senza isolamento; donne ed uomini ospitati nella stessa sala di astanteria per giorni, per non parlare della scarsa professionalità ed igiene. Nel caso specifico, mio padre è stato ‘ospitato’ al pronto soccorso sabato pomeriggio e gli  è stato diagnosticato un ictus  lunedì ovvero dopo quasi due giorni di astanteria, quando in questi casi è fondamentale intervenire nell’immediatezza. I medici hanno disposto solo la Tac per escludere emorragie. Non è stato alimentato, se non con la soluzione fisiologica. Da lunedì mio padre è stato trasferito nel reparto di neurologia della Casa di cura Santa Barbara”. E qui si apre un’altra maglia se si pensa che anche questo reparto è stato lì lì per chiudere e no si conosce quale sarà il suo futuro. “ C’erano 14 pazienti nella sala di astanteria del pronto soccorso – continua Turco – con i parenti, per chi li aveva. Ho assistito alla richiesta di aiuto di una signora cieca che chiedeva un po’ d’acqua e nessuno l’ascoltava. Ho chiamato io un infermiere. “Scusi c’è la signora cieca che vuole l’acqua?” “Quale signora cieca – ha risposto – qui non abbiamo pazienti ciechi”.  Qualche mese fa abbiamo raccontato la storia di una anziana signora che era morta in astanteria ma nessuno se n’era accorto. “Ho potuto constare che il personale non sapesse neppure che una dei pazienti fosse cieca. Gente che vomitava e la pulizia si può immaginare a che livelli è; una situazione terribile che coinvolge anche i cittadini di Niscemi, Butera. Io farò un esposto alla Procura della Repubblica non certo per chiedere risarcimenti ma perché sono convinto che si deve denunciare perché qualcosa cambi. E dovrebbero farlo anche i medici ed il personale che viene lasciato solo e che si sente che è nervoso, da come reagisce alle richieste dei familiari o dei pazienti: sono scortesi e questo fa male a chi ha i suoi problemi di salute. I medici, tutti provenienti da altri centri, sono inavvicinabili e se ci si parla, gli atteggiamenti sono discutibili”. A proposito di questo, giorni fa, una donna di origini gelesi arrivata in città dalla Germania in occasione delle festività, si è rivolto alla nostra redazione per denunciare la scortesia del personale, nei confronti della figlia minore alla quale  un medico ha rivolto parole inappropriate perché ha notato sulla sua pelle alcuni tatuaggi. “Ho assistito alla rabbia dei familiari del paziente deceduto domenica mattina – continua Turco – e ho sentito le lamentele dei familiari durante tutta la notte che ha preceduto la morte. Non si può passare tutta la notte a gemere come un cane e poi avere questo epilogo. Tutti dovremmo parlare per tenere accesi i fari verso la nostra realtà: anche i medici che lavorano in condizioni precarie e gli infermieri ed i sindacati ma non lo fanno”. Un ‘sistema’ che massacra tutti, ma pochi sono disposti a denunciare. Oggi questo nostro lettore l’ha fatto, speriamo che valga a qualcosa .

Abbiamo provato a contattare i dirigenti medici ma da quando le porte si sono chiuse per i giornalisti al servizio pubblico del Pronto soccorso, i nostri numeri telefonici conosciuti, non ottengono risposta.

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