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La teoria del disimpegno, ad essere onesti, che ha portato al fallimento

La teoria del disimpegno, ad essere onesti, che ha portato al fallimento

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di teoria socio- politica a firma del commercialista Nicola Nicoletti

“Vi sono momenti, nella storia di una città, in cui sembra che tutti abbiano qualcosa da dire. Una idea, una proposta o più semplicemente una critica. È uno strano fenomeno che spesso e volentieri coincide con un momento elettorale e che si caratterizza per il fatto che l’interlocutore di turno nel quotare possibili futuri scenari, compie un vero e proprio processo di astrazione. Si pone cioé come “altro” non solo rispetto al tema della sua riflessione condivisa ma, cosa a mio giudizio ancora più difficile da realizzare, si rende estraneo rispetto alla stessa realtà della quale discute. È come se, girando per qualche attimo attorno a sé stesso, perdesse le coordinate spazio temporali. Afferma quindi che “questa volta si é toccato il fondo”, che “nessuno poteva immaginare che la città finisse così”, prosegue sostenendo che “da quando Tizio era li, la città si é persa” e conclude, con una sorta di rassegnazione espiatrice, “che l’unica cosa da fare oramai é farsi i fatti propri, perché per la città non c’é più speranza”. Esaurita l’analisi del luogo del delitto, individuati i colpevoli, proprio sul più bello, disimpegnarsi. Ecco, questo a me appare proprio il capolavoro finale, il gesto del campione o se più vi piace, il tocco dell’artista. È in tale affermazione, che si completa il disegno. È quello l’attimo preciso in cui chi ci sta parlando, dà corpo e sostanza al suo essere altro, anche rispetto a chi lo sta ascoltando. Una sorta di osservatore esterno, quasi potesse esistere una qualche forma di “cittadino utilizzatore”. Uno cioé che vive stabilmente in un luogo, pur non essendone parte e non condividendone le sorti.

La teoria del disimpegno, ad essere onesti, ha una sorta di fondamento nella necessità che ciascun individuo ha, di proteggere se stesso. In fondo altro non é che un modo come un altro per accettare gli esiti di un proprio fallimento.

Perché di fallimento bisogna parlare.

La città, e almeno in questo Gela non differisce dalle altre, é il luogo in cui si sperimentano esperienze di cittadinanza. È nella Città che la Comunità sceglie di evidenziare le questioni più urgenti e di monitorare le possibili alternative. Non fuori. Ecco perché la Comunità deve costituire allo stesso tempo l’oggetto e il fine per chi abbia voglia e tempo di sperimentarsi quale amministratore. Quando si é fatto diversamente, chi ha amministrato ha finito per percorrere una strada senza inizio e senza fine, svuotando di qualsiasi valore il suo impegno e il cittadino si é  privato di una dimensione essenziale alla sua esistenza. Entrambi hanno visto ritardato il loro percorso di crescita e di sviluppo. Non é il tempo, forse lo sarà in futuro, per progetti galattici, lasciamoli alla terra dei sogni. Non perché da quelli non possa scaturire una qualche forma di ricchezza. Semplicemente perché, ad avviso di chi scrive, non appaiono e non sono strumenti coerenti con il modello di sviluppo che questa città e la sua comunità dovrebbero abbracciare. Ciò appare evidente compiendo una comparazione delle risorse sulle quali poter contare. Esigue quelle economiche, decisamente più consistenti le altre. Per un semplice calcolo utilitaristico quindi, tanto caro anche al “cittadino utilizzatore”. Sarebbe certamente più proficuo ripensare il “sistema città” iniziando dall’analisi dei bisogni primari di tutti i suoi cittadini, dando voce perfino a chi ancora non è stato soggetto politico. Pensare a un modello di welfare state applicato alla nostra comunità comunale. Perché anche le disuguaglianze sono il frutto di scelte che privilegiano un modello piuttosto che un altro. Adottare un programma di rigenerazione urbana in cui ciascuno finisca per avere un interesse al funzionamento del “sistema città“. In quest’ottica se accuratamente programmati e pianificati, acquisterebbero valore e significato anche i piccoli e quotidiani interventi di gestione della cosa pubblica che il cittadino, molto spesso orientato verso la tutela quasi esclusiva del “suo” rispetto al bene comune, percepirebbe invece come necessari a far ben funzionare tutto il sistema nel suo complesso, gratificando così anche l’amministratore.

Bisogna comprendere che il diritto alla città non è diritto di proprietà ma un diritto all’uso e alla condivisione di uno spazio comune. Solo così quella volta in cui capiterà di imbatterci nei soliti luoghi comuni, sapremo rispondere con un sorriso. Solo allora potremo spiegare al nostro interlocutore che i fatti suoi sono anche i nostri”.

 

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